Naples au cinéma La Clef (Paris 5e)

Il cinema La Clef, a qualche metro dalla nostra università, ci offre la possibilità di scoprire e ri-scoprire alcuni film imperdibili sulla realtà napoletana. Ce n’è per tutti i gusti: dal viaggio mistico di « In purgatorio » (2009, ma in anteprima francese) alla cruda trasposizione di « Gomorra » (2008), da un promettente Paolo Sorrentino alle prime armi con « L’uomo in più » (2001) ad un altro esordiente, ancora più noto, Giuseppe Tornatore con « Il camorrista » (1986), passando per « Biutiful Cauntri » (2007) che ben illustra il problema dei rifiuti, « Fortapasc » (2009), sul giornalista Siani, e « Napoli, Piazza Municipio » (2008), dove a parlare è lo spazio.

Voici le programme.

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« Corpo celeste » de Alice Rohrwacher à Cannes.

Se ancora vi secca quando i vostri amici italiani vi dicono che no, non potete capire che significa essere nati e cresciuti in un paesino dell’Italia del Sud dove la religiosità tenta di appropriarsi di tutti gli spazi della vita sociale…allora questo film fa per voi. La giovane Marta vi guiderà alla scoperta di un mondo claustrofobico, e voi, spettatori, sarete inevitabilmente vittime di un contrasto filmico accattivante: la falsità e l’ipocrisia degli umani che pretendono di insegnare e trasmettere il divino emergeranno con una forza spiazzante attraverso una narrazione estremamente vera e realistica.

Se una regista nemmeno trentenne è capace di creare con pochi mezzi e tante idee un film come Corpo Celeste, si può essere ottimisti sul futuro del cinema italiano. A Cannes il film di Alice Rohrwacher è parso a molti il film più interessante della Quinzaine, laboratorio del futuro dove hanno esordito fra i molti Fassbinder e Herzog, Carmelo Bene e George Lucas, Oshima e Jarmusch e i fratelli Dardenne. È presto per dire se Rohrwacher si aggiungerà alla lista, ma certo il suo è un esordio folgorante. Corpo celeste, molto liberamente tratto dal romanzo della Ortese, è la storia del ritorno a casa di una giovane famiglia calabrese tutta al femminile, madre e due figlie, dopo dieci anni in Svizzera. Ma soprattutto è il romanzo di crescita della piccola Marta, 13 anni, del suo sguardo straniero e smarrito sui riti di una comunità adulta che ha perso ogni ragione di stare insieme, ogni identità e ne cerca il surrogato in un vuoto conformismo ammantato di parvenza religiosa. La circostanza narrativa che la scoperta della ragazzina avvenga attraverso un corso di catechismo improntato ai più sconci luoghi comuni televisivi non deve ingannare. Corpo celeste è già diventato un piccolo culto per le associazioni anti clericali, per quanto la regista si affanni a ripetere a ragione che non si tratta di un film contro la Chiesa e tanto meno contro la religione. Semmai è un film contro la vera religione dell’Italia contemporanea, il conformismo televisivo e l’opportunismo politico, che sono la negazione stessa di ogni spiritualità. Non per caso uno dei pochi personaggi positivi della storia è un prete di villaggio, il bravissimo Renato Carpentieri, che rivela a Marta la follia di Gesù, il genio più anticonformista della storia dell’umanità. La questione è che ormai si scambiano, si possono scambiare i fatti per satira e il racconto nudo per intenzione caricaturale. In questo la Rohrwacher è favorita dall’esperienza di documentarista.

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FRONTiere, MARCHes (3)

Trois voix féminines d’Istrie

Les trois textes istriens du Canzoniere italiano recueilli et présenté par P.P. Pasolini (Garzanti 1972) proposaient tous des amours contrariées finissant dans le drame (à l’une des protagonistes, la voix chorale conseille même : « Prendi un coltel di talio, Uccidi il tuo papà »). Si l’on retrouve aujourd’hui certains traits narratifs traditionnels de cette aire culturelle, le ton des poèmes que l’on va lire semble s’être rapproché des courants lyriques italiens les plus répandus, avec peut-être des souvenirs de Pascoli (Bogliun, Floris) et de la théâtralité assez générale dans la ‘ligne lombarde’ de Sereni à Raboni ou un certain Caproni (Delton), dans un ton nettement plus ‘bas’.

Nous avons choisi ces exemples parmi ceux que propose très régulièrement la revue belge micRomania, déjà signalée dans le premier épisode de cette rubrique ; la référence abrégée est celle du trimestre suivi de l’année de parution (en l’occurrence, 2001, 2005 et 2011) ; il faut saluer le travail accompli par ce trimestriel – présent bien sûr dans notre belle bibliothèque – en faveur de la diffusion des langues romanes régionales. Saluons également la belle vitalité dont fait preuve la langue istrienne, désormais presque toute émigrée hors de sa région d’origine, aujourd’hui croate. Un parler proche des variantes vénètes, où nous avons noté s la spirante sonore comme dans it. [kazo] : caso, “hasard”. Une carte, davantage focalisée sur les îlots istro-roumains autour de Valdarsa, mais toujours utile, figure dans la première publication de ces ‘FRONTiere MARCHes’.

(JcV)

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  • Loredana Bogliun (1955, Pola)

Al mandoler                                           L’amandier

In tal revardo sussourado                            Dans cette retenue chuchotée

de la veita ch’a se fa granda                        de la vie qui se fait grande

al preimo mandoler carissa l’aria                 le premier amandier caresse l’air

cul suspeiro de nuveissa                              avec un soupir d’épousée

grando e bianco se s’gionfa                        grand et blanc vois qu’enfle

al bouto in tala bavisela,                              le bouton dans la petite brise,

pien de bondansa al se specia                     plein d’abondance il se mire

cu la nosensa de la piouma.                        avec l’innocence d’une plume.

Ghe si soun sta tera momenti                      Il y a sur cette terre des moments

de arbori inseina fuie                                   d’arbres sans feuilles

ch’a se spando                                             qui s’étendent

i se regala                                                    et se donnent

a quil ch’a no se pol dei cu la favela            à ce qui ne peut se dire en mots

drento ghe si la louss ch’a me fa bela.        dedans il y a la lumière qui me fait

belle.

micRomania 3.11

 

  • Lidia Delton (1951, Dignano)

Ricordando domeici                     In memoriam domici (manzin)

“Se avessi un mandolino…”                             “Si j’avais une mandoline…”

quante volte                                                     que de fois

el la jo cantada,                                               il l’a chantée,

a le nonse,                                                       aux noces,

al batizo                                                           aux baptêmes

“sempro alegri, mai passion…”                       “toujours joyeux, jamais passion…”

el uzava deighe ai zuveni,                               répétait-il aux jeunes,

lou,                                                                  lui,

a fianco de la so Mineina,                               aux côtés de sa Minime,

co ’l samerol co la ricia calada                        avec l’âne à l’oreille tombante

e co ’l baston a rento                                       et la canne le long

la gamba malada,                                            de sa jambe malade,

de cumpasion no ’l vuliva savì                        pas question de compassion

parchì,                                                             parce que,

in reidi el diziva:                                              en riant, disait-il :

“La veita zi de pasajo                                     “La vie est de passage

e alura…”                                                       et alors…”

le note de ’l mandolein                                   les notes de la mandoline

uramai zi sulo oun eco in cuntrada.                ne sont plus qu’un écho dans le quartier.

micRomania 2.01

  • Romina Floris (1972, Pola)

La morto passada                            La mort passée

Fra le cros de la vita                                           Parmi les croix de la vie

la morto par cusì alargo.                                    la mort paraît si éloignée !

I verdi ani del sol                                                Les vertes années du soleil

che i me jo                                                         qui m’ont

poco tempo i mi lasa                                          peu de temps me laissent

per pansà ola la cal                                            pour penser là où la route

finiso.                                                                finit.

Ma adeso ghi pensi,                                          Mais voici que j’y pense

adeso ghi priori                                                 que j’en pleure

no per la bianca pagura                                     non pour la blanche frayeur

ma per el dolor                                                  mais pour le chagrin

de no pode più ve ’n lapis                                 de ne plus avoir un crayon

’n toco de carta per scrivi                                 un bout de papier pour écrire

ste solo parole,                                                  ces simples mots,

parole dela mort pasada.                                   mots de la mort passée.

micRomania 2.05

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Il malessere delle badanti

Questo articolo di Alessandro Leogrande è uscito per «Saturno», l’inserto culturale del  «Fatto Quotidiano». Parla di un fenomeno interessante sulla vita quotidiana delle « badanti » in Italia e del loro malessere.

di Alessandro Leogrande

Una nuova forma di depressione si aggira per l’Europa: si chiama “Sindrome italiana”. Non riguarda la schizofrenia della finanza o il pericolo di una nuova recessione. La sindrome che prende il nome dal Belpaese colpisce i lavoratori, o meglio le lavoratrici, più invisibili: le badanti provenienti dall’Est. I primi ad accorgersene sono stati due psichiatri di Ivano-Frankivs’k, città di duecentomila abitanti nell’Ucraina occidentale, profondamente segnata dalle tragedie del Novecento. Nel 2005, Andriy Kiselyov e Anatoliy Faifrych intuiscono che due donne in cura nel loro reparto presentano un quadro clinico diverso dagli altri. Sintomi che hanno imparato a riconoscere in anni di attività (cattivo umore, tristezza persistente, perdita di peso, inappetenza, insonnia, stanchezza, e fantasie suicide) si innestano su una frattura del tutto nuova, che mescola l’affievolirsi del senso di maternità con una profonda solitudine e una radicale scissione identitaria. Quelle giovani madri non sanno più a quale famiglia, a quale parte dell’Europa appartengano, come se un’antica armonia si fosse all’improvviso spezzata.

Kiselyov e Faifrych capiscono che il “male oscuro” ha chiare origini sociali. Le due pazienti sono state badanti all’estero, hanno lavorato a lungo come donne di compagnia, infermiere, assistenti tuttofare nelle case italiane. Lo hanno fatto per anni, 24 ore al giorno, salvo che per una breve pausa nella domenica pomeriggio. Sono state lontane dalla loro casa, hanno lasciato soli i loro figli per accudire anziani altrettanto soli dall’altra parte del continente. Hanno retto sulle proprie fragili spalle due delicate trasformazioni: da una parte, l’invecchiamento dell’Italia e lo sgretolamento delle sue famiglie; dall’altra – attraverso le loro rimesse, spesso unica fonte di reddito per le loro famiglie lasciate lì – la tumultuosa transizione dei paesi orientali. Sono rimaste a lungo sole, molto sole, senza che nessuno potesse percepire il loro stress crescente. E alla fine non ce l’hanno fatta più, sono crollate. I due psichiatri comprendono subito che le due pazienti non sono un caso isolato. Tante altre donne versano nelle stesse condizioni. E allora coniano il termine “Sindrome italiana”, dal nome del paese più “badantizzato” dell’Europa occidentale e forse del mondo. Le date in questa storia sono importanti.

Kiselyov e Faifrych diagnosticano i primi casi nel 2005, appena tre anni dopo la grande sanatoria del 2002 che permette di regolarizzare decine di migliaia di lavoratrici domestiche. Non ci vuole molto a capire che la “Sindrome italiana” non riguarda solo le donne ucraine. Colpisce anche moldave, rumene, russe, polacche… cioè buona parte delle lavoratrici che hanno finito per costituire l’ossatura centrale della “gestione” nostrana degli anziani non-autosufficienti. In Romania alcuni psichiatri iniziano a studiare l’altra faccia della medaglia, i figli lasciati nei paesi di partenza. Ed estendono la nuova locuzione “Sindrome italiana” anche a loro. Nel 2010 Mihaela Ghircoias, psichiatra presso l’ospedale pediatrico Santa Maria di Iasi, in Romania, si accorge che su circa mille bambini curati nel suo reparto, la metà ha un genitore (in particolare la madre) emigrata all’estero (in particolare in Italia) per lavorare (in particolare come badante). Alcuni hanno tentato il suicidio. Ecco il caso tipo: un ragazzino di 11 anni vive solo con il padre che non lavora, mentre la madre assiste un’anziana in Italia. Va bene a scuola, ha ottimi voti, ma è sempre silenzioso, la tristezza per la lontananza della madre gli scava dentro. Non ne parla con nessuno, apparentemente tutto procede per il meglio, ma in realtà il male oscuro lo logora. E – a soli 11 anni – tenta il suicidio.

Come si cura questo male europeo, che sembra quasi seguire i sommovimenti economici (e geopolitici) del nuovo mercato globale del lavoro? Spesso basta ricomporre il nucleo famigliare, e di colpo tutto il malessere svanisce. Ma altre volte le situazioni sono più complicate. Quando ritornano nel paese di origine, molte donne si ritrovano in un nuovo limbo. Si ritrovano in un paese che non considerano più come proprio; e, nel frattempo, i figli hanno definitivamente voltato loro le spalle.

Maurizio Vescovi, medico a Parma, è uno dei primi ad aver riscontrato in Italia questa nuova forma di depressione. Almeno il 25 % delle donne dell’Est incontrate nel suo studio ne soffre, tanto che ha segnalato il caso all’interno dell ’ Italian Study on Depression, una ricerca condotta dall’Istituto Mario Negri Sud di prossima pubblicazione. « Due costanti », sostiene Vescovi, « sembrano ritornare. Spesso queste donne lasciano un lavoro qualificato come insegnante, medico, ingegnere, per venire a svolgere mansioni dequalificate, per le quali non sono state formate. Inoltre, col tempo, si percepiscono come donne-bancomat: il solo rapporto con la famiglia consiste nell’inviar loro dei soldi. Diventano l’unica fonte di reddito ». Svitlana Kovalska, presidente dell’Associazione Donne Ucraine Lavoratrici in Italia, ha le idee chiare a riguardo: « Questo stress, in forme più o meno gravi, l’abbiamo provato tutte ». Queste donne hanno solo bisogno di rompere una gabbia di solitudine. Non è normale lavorare 24 ore al giorno, assorbendo su di sé i problemi di una nuova famiglia, dimenticando la propria.

La “Sindrome italiana” si cura con il calore, con il lavoro di comunità, elaborando nuove forme di auto-aiuto: « Ricordo una donna che stava molto male. Le chiesi di raccontarmi della sua vita. Iniziò a farlo, ma dopo pochi minuti scoppiò in un lunghissimo pianto. Quando si calmò, mi disse che erano dieci anni che non piangeva, in Italia non l’aveva mai fatto… Fece un lungo respiro, solo allora si sentì meglio ». L’ansia a volte scompare così. Ne è convinta anche Tatiana Nogailic, presidente di AssoMoldave a Roma. L’emigrazione di massa non si fermerà, dice, perché le badanti servono come il pane. È irrealistico pensare che il ritorno in patria sia l’unica soluzione, serve una vita migliore qui. « Le badanti devono essere considerate donne, non macchine. Anche qui, anche in Italia. Sono loro i soggetti da privilegiare quando si progettano interventi per l’integrazione. Sono loro le figure chiave per la mediazione tra mondi e culture ».

Marie-Amélie Bardinet

Atmosphères et paysages vénitiens : Lorenzo Mattotti

Foin de la Venise touristique ! Laissez-vous séduire par l’atmosphère onirique d’une Venise secrète ! L’exposition  Lorenzo Mattotti : Venise en creusant dans l’eau proposée par la galerie Martel (www.galeriemartel.com) se prête à une redécouverte insoupçonnée.

Dans mon quartier onusien du fauborg Saint-Denis (Paris Xe ardt), les atmosphères multicolores du monde subsument une certaine Italie : les saveurs du restaurant « La Scala » (boulevard Bonne Nouvelle), les produits du traiteur Cisternino (rue du Faubourg Poissonnières) et enfin les arts (dessins, illustrations de BD, eaux-fortes, pastels) de la galerie Martel dans la rue du même nom (métro Château d’eau).

Fondée par la femme de Lorenzo Mattotti il y a  quatre ans, cette galerie est spécialisée dans les expositions de dessins et pastels souvent liés à la création internationale de BD dans son acception contemporaine de Graphic Novel. Elle promeut des artistes illustrateurs, des photographes, des dessinateurs venant d’horizons divers : italiens, américains, latino-américains et français. L’espace agréable et régulier favorise le dialogue entre les arts : pour l’exposition de dessins vénitiens de Lorenzo Mattotti (Brescia, 1954), une biographie raisonnée, un documentaire télévisé d’une vingtaine de minutes et les pièces de l’expo coexistent avec de nombreux catalogues, BD mis à la disposition du visiteur sur la table de la galerie.

Quelle Venise Mattotti nous propose-t-il ? Quels sentiments ressentons-nous en nous déplaçant d’un dessin à l’autre ? Nous n’y trouverons guère la Venise touristique des lieux  devenus insignifiants par la récurrence polissante des regards, mais des « scorci », des coins anonymes de la ville reculée dont on capte le temps vécu, saisi dans une immobilité déserte sculptée à son tour sur les palais et les églises dans l’éternité des ombres et des lumières en l’absence de présences humaines (http://www.galeriemartel.com/l_mattotti_ven/l_mattotti_ven_o/l_mattotti_ven_o.html ). La tension onirique et un certain surréalisme caractérisent ces planches aux couleurs chaudes : rouge, ocre, vert-bleu, bleu-violet. Le chromatisme méditerranéen  est au service  de l’intériorisation de l’espace par le spectateur invité à revivre le mystère de la Mort à Venise.

C’est ce que Lorenzo Mattotti, arrivé en France en 1998, car son travail d’illustrateur et créateur de BD y était mieux apprécié qu’en Italie, réalise dans ses nombreux albums de BD peintes (Un soleil lunatique, Monsieur Spartaco, Stigmate, Riding the tiger, The Raven, Docteur Jekyll & Mister Hyde). Publiées pour la plupart chez Casterman, elles présentent un fil rouge structurant : en collaborant avec des scénaristes réputés (Jerry Kramsky, peudonyme de Fabrizio Ostani, Jean-Luc Ruault, Claudio Piersanti, Gabriella Giandelli, etc.), Mattotti a voulu redonner un sens au silence, contrant l’abondance pléthorique de paroles dans les BD des dernières décennies.

Dans les siennes, les tableaux – car il s’agit de véritables œuvres plastiques – interagissent avec la structure traditionnelle des planches de BD en les chargeant d’une profondeur inquiétante. Deux ou trois planches occupent la page pourtant traditionnelle de Casterman, des formats énormes (verticaux ou horizontaux) redonnent ses lettres de noblesses à une peinture narrativisée. Des pages n’ayant que des images sans bulles ni paroles enchantent le spectateur-lecteur par la force de leurs silences. Des scènes dont la suspension onirique révèle des états d’âme, des symboles. La dimension spirituelle constitue le sens à  déceler.

Il s’agit de véritables chefs-d’œuvre de légèreté et de graphisme élégant aux teintes délicates (auquel contribue aussi le lettrage choisi): les illustrations stylisées sont souvent réalisées au crayon-couleur sec, dont on sent la texture sur le papier brut, non lisse : on perçoit les creux et les pleins de la pâte et on retrouve alors le tracé de l’artiste. Aucune action donc, mais de longs silences. Le dépassement de la BD traditionnelle a été le pari de Mattotti : il a voulu expérimenter la traduction plastique de sensations non visuelles : le mystère des sons, la force du feu, le bruissement du vent. Tout devient matière, chromatisme. Les coups de peinture font vivre et ressentir ces sensations. Les personnages à la silhouette vaguement japonisante semblent se chercher dans une tension érotique avec le paysage.

La galerie acceptant les visites guidées, Alexandra Gompertz (qui a réalisé le service photographique pour cette présentation) et moi-même serions disponibles pour un tour avec les étudiants intéressés.  Bonne visite alors !

Maria Pia De Paulis-Dalembert

Umberto Eco : « La culture, notre seule identité »

Face à la crise de la dette européenne, Umberto Eco rappelle avec conviction que seule notre culture constitue notre identité. Si l’identité européenne est encore fragile, et souvent attaquée…, elle continue de se renforcer à travers la multiplication des contacts et des échanges entre Européens, qui sont loin de se limiter aux relations commerciales et financières qui occupent trop souvent le devant de la scène médiatique…
A.B.

Le Monde, supplément Europa, 25.01.12

Umberto Eco vient de retrouver son bureau de Milan, après un voyage à Paris où Nicolas Sarkozy lui a remis les insignes de commandeur de la Légion d’honneur, troisième grade hiérarchique de cet ordre. « C’était au moment où la France se battait pour ne pas perdre son triple A, mais Sarkozy a quand même tenu à me la remettre en personne, j’ai apprécié. Mais je dois dire que j’ai été aussi très ému lorsque j’ai été décoré, en Grèce, de la grande croix du Dodécanèse : la remise de l’insigne a lieu dans la grotte de Patmos, où saint Jean a écrit l’Apocalypse ! », s’exclame, en riant, l’écrivain et sémiologue italien.« D’ailleurs, un des avantages de l’Europe est que le président allemand Christian Wulff ou le premier ministre espagnol Mariano Rajoy, que je ne connais même pas, me souhaitent mon anniversaire. Désormais, nous sommes européens par la culture, après l’avoir été des années durant par les guerres fratricides. »

A travers les fenêtres du bureau d’Umberto Eco se détache la masse menaçante du château des Sforza, dont les tours et les créneaux rappellent les guerres du continent depuis l’époque du castrum portae Jovis, la forteresse de la porte de Jupiter, qui se trouvait déjà là au XIVe siècle, au temps du château des Visconti et des Sforza qui a été détruit lors de l’éphémère République ambrosienne, en 1447. Léonard de Vinci et Bramante ont travaillé entre ces murs. Les touristes viennent aujourd’hui y admirer La Pieta Rondanini de Michel-Ange.

« Face à la crise de la dette européenne, poursuit Umberto Eco, et je parle en tant que personne qui ne connaît rien à l’économie, nous devons nous rappeler que seule la culture, au-delà de la guerre, constitue notre identité. Des siècles durant, Français, Italiens, Allemands, Espagnols et Anglais se sont tiré dessus à vue. Nous sommes en paix depuis moins de soixante-dix ans et personne ne remarque plus ce chef-d’oeuvre : imaginer aujourd’hui qu’éclate un conflit entre l’Espagne et la France ou l’Italie et l’Allemagne ne provoque plus que l’hilarité. Les Etats-Unis ont eu besoin de la guerre civile pour s’unir vraiment. J’espère que la culture et le marché nous suffiront. »

L’ex-ministre allemand des affaires étrangères, Joschka Fischer, dans un discours prononcé en 2000 à l’Université Humboldt de Berlin, déclarait que « l’euro est un projet politique », autrement dit que, sans intégration européenne, la monnaie commune ne suffirait pas.

Umberto Eco boit son café tout en songeant à cette phrase. Il préfère les capsules postmodernes de style Nespresso, alors que sa femme, allemande, Renate Ramge Eco, défend la cafetière traditionnelle italienne moka. « En 2012, l’identité européenne est répandue, mais shallow – j’utilise à dessein ce mot anglais, qui ne correspond pas complètement à l’italien superficiel et se trouve à mi-chemin entre surface, « surface », et deep, « profond ». Nous devons l’enraciner avant que la crise ne la détruise entièrement. Les journaux économiques évoquent peu le programme d’échanges interuniversitaires Erasmus, mais Erasmus a créé la première génération de jeunes Européens. Pour moi, c’est une révolution sexuelle : un jeune Catalan rencontre une jeune Flamande, ils tombent amoureux, se marient, et deviennent européens, comme leurs enfants. Ce programme devrait être obligatoire, pas seulement pour les étudiants mais aussi pour les taxis, les plombiers, les ouvriers. Ils passeraient ainsi un certain temps dans les pays de l’Union européenne, pour s’intégrer. »

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Gianni Riotta (La Stampa), traduit de l’italien par Florence Boulin

Dramatique Diptyque : Cuori infranti, de Rosetta Loy

C’est un tout petit livre. Format mouchoir de poche. Mais quelle violence contenue dans ces quelques 60 pages ! La couleur de la couverture aurait dû nous avertir : d’un rouge sanglant, percutant, giclant à l’œil du lecteur qui hésite à se nourrir, cannibale intimidé, de ces “Cœurs brisés”.

 

En guise de préface, l’auteure nous renvoie à ces éternels contes de Grimm, où les sorcières mangent les enfants tout cru et servent leurs restes, os, et carcasses, dans des bouillons juteux qui trompent la gourmandise des chalands ; où l’inceste se mêle au meurtre, et les marâtres s’associent aux bûcherons, pour décapiter sans foi ni loi les bâtards du roi ; où la morale finale ne prend pas toujours la défense du plus faible contre la méchanceté du plus fourbe.

En deux brefs récits, Rosetta Loy rapporte deux faits divers qui ont marqué l’Italie en 2001 et 2005 : l’apparente et légère ingénuité d’un conteur de nouvelles cèle en vérité l’efficacité tranchante d’un portrait acerbe de la société dénuée de ses faux-semblants. Peurs, conflits, dérives : quand le quotidien aseptisé d’une petite vi(ll)e tranquille vire soudain au cauchemar, la chasse aux sorcières est toujours lancée contre les mêmes boucs émissaires – les Noirs, les Arabes, les Étrangers, les Autres, les Différents…

 Mélani Fusaro

 

Rosetta Loy, Cuori infranti, Roma, Nottetempo, 2010, 64 p.

En français : Cœurs brisés (traduit de l’italien par Françoise Brun), Paris, Le Mercure de France, 2010, 80 p.